Polaroid

Ci sono anche le pause.

Tante volte me lo dimentico, anzi il più delle volte le vivo quasi come se fossero un’assenza di qualcosa. Una mancanza momentanea, una svista. Una distrazione al limite dell’imperdonabile.

Se poi, per qualsiasi motivo, la pausa si protrae più del dovuto, o dell’inconsciamente accettabile, questa pausa si accompagna all’amaro retrogusto di una prematura fine.

La sconfitta è forse una pausa a tempo indeterminato. A volte ci si rialza per scommettere una rivincita, altre volte, chi lo sa. Semplicemente succede altro.

Che non vuol dire che non succede nulla.

E infatti per fortuna ci sono anche le pause.

Un intramezzo di cose che non sono vuote, ma che sono diverse da quelle che ci si era abituati a pensare come la normale concezione del susseguirsi di azioni che formano la nostra vita.

Banalmente, avere il tempo di pensare a cose piccole. Come il concetto di pausa.

Un respiro di concentrazione.

O un’apnea di smarrimento.

Gassman era famoso per le sue pause. Accostabili a un vuoto di memoria per gli attori meno talentuosi. Che poi chi lo sa, magari pure Gassman aveva i vuoti di memoria.

Questa pausa è stata ipergassmaniana, ne convengo.

Strano che il correttore automatico di word non mi sottolinei questa parola: “ipergassmaniana”

Mi si deve essere interrotto il collegamento al mio vocabolario, lo ricordavo più ricco. Più fluente.

Avevo un’agilità che mi faceva sentire leggero. Ero più facile.

Sono stato in pausa, ma credo di essere, se non proprio ripartito, almeno entrato nell’ordine di idee di volerlo fare.

Sto respirando, non sono in apnea.

Ma la cosa che mi rincuora maggiormente, è che evidentemente non  ho mai desiderato una fine.

A volte basta poco.

Un foglio bianco e una stanghetta di luce nera intermittente.

Un’attesa, più che una pausa.

Un piccolo istante di indecisione prima del preludio.

Gli strumenti sono accordati, oppure no, non è questo che interessa maggiormente adesso.

Si sta per ricominciare. Qualcuno distrattamente fa vibrare una goccia di suona nelle particelle di silenzio che saturano il fermo immagine prolungato. La fotografia istantanea di un presente tramutato per 730 volte in passato.

Quando si sono già spente le luci, le voci in sala si abbassano e finalmente si spengono quegli specchi luminosi che ci obbligano a leggerci nelle vite degli altri.

Da questo probabilmente servirebbe una pausa.

Che dire, non lo so.

Sono stato tanto tempo a pensare che non avevo più niente da dire, per avere il tempo di capire che la pausa è un comando a 2 corsie. Parallele e infinite.

La pausa non ha fretta, ti da il tempo di stufarti.

Sono stufo di non desiderare il movimento.

Polaroid.

La forma è ben visibile ora.

Basta soffiare.

Ora si deve respirare.

Play!

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