Ricordi?

Una luce in fondo allo stretto corridoio.

Un corridoio esterno, quello che dava sul cortile della casa dove sono nato.

Un corridoio buio, umido e freddo anche ad agosto.

Più che un corridoio, un convogliatore di odori.

Ho questo ricordo ancestrale, tanto antico da avere il dubbio che sia mai esistito, dell’effluvio che si sprigionava semplicemente scostando il pesante portone di legno che dava sul cortile. Un flusso di odori tanto marcati e netti, da poter sembrare quasi visibili a occhio nudo. Come un fluido dai colori sgargianti che filtrava dalle fessure del portone ingrossato dall’umidità, mi abbracciava, mi solleticava le narici e mi trascinava dietro di sé. Una miscela danzante, leggera e viva, che si faceva cullare dalla corrente incanalata nello stretto corridoio. Io avevo sì e no tre anni, ma la memoria olfattiva di quei momenti è tanto forte, da poter quasi affermare che il passato, sia presente.

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Quel portone, fatto da grosse assi di legno massiccio, troppo pensante per poter essere mosso da un bimbo tanto piccolo, segnava il confine tra la vita adulta e la mia fanciullezza. La porta dei ricordi. Una porta ormai chiusa da anni, a chiave.

Ricordo che mi ficcavo con la testa fra le gambe di mio padre, mentre apriva la porta con una grossa chiave di ferro, come quelle di una volta con due soli denti fatti a mano per far scattare la serratura, quelle pesanti chiavi nere da fabbro che avevano l’impugnatura grossa e consumata. Aspettavo che si aprisse uno spiraglio tra lo stipite e il telaio, quel tanto che bastava a liberare quel primo refolo, quello sbuffo che dovevo rubare ad ogni costo, quell’odore tanto familiare che sapeva di casa.

Si doveva fare in fretta a entrare e chiudere il portone, ero geloso di quel piccolo cortile segreto, avevo paura che quella meravigliosa essenza potesse sciuparsi. O peggio che qualche malintenzionato potesse rubarmela.

L’odore acido di umidità stantia delle vecchie corti di fine ‘800, si mescolava al profumo fresco delle lenzuola appese ad asciugare. Quelle stesse lenzuola che, fatto un passo fuori dallo stretto corridoio, lasciavano cadere, quasi a tradimento, delle fredde gocce che, con precisione militare, riuscivano sempre a centrare la stretta intercapedine, fra la nuca e il colletto della mia polo bianca. Avevo imparato che per difendermi da questi attacchi, l’unica precauzione era quella di osservare la piccola pozzanghera che i panni lasciavano a terra, appena fuori dal corridoio: se la pozzanghera non era increspata, allora potevo procedere. In caso contrario prendevo la rincorsa e con un salto da olimpionico, o almeno così mi sembrava quando mio padre mi sorreggeva per le mani scortandomi qualche passo più avanti, superavo il pericolo.

In primavera poi, con la fioritura dei vasi appesi ai davanzali, sembrava un ode olfattiva alla vita.

Il soffitto del corridoio era basso, e per sembrare basso a un bambino di tre anni allora doveva essere davvero basso, terminava in un arco scalcagnato, irregolare e cadente; in poche parole perfetto.

In quel luogo, protetto da una serratura arrugginita, sono rimasti sepolti tutti i ricordi dei miei primi anni di vita. Ricordi assopiti e mai disturbati.

Ricordi?

E chi se lo ricorda…

Chissà se esistite davvero quella porta.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marcello Trombetti ha detto:

    Bellissimo questo post .

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  2. B ha detto:

    Grazie mille! Sono contento che ti sia piaciuto! 🙂

    Mi piace

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