Se sono in grado di dare un nome a quello che ho davanti agli occhi, significa che lo so riconoscere, che lo posso ritenere vero e familiare. La cosa bella delle cose che si conoscono e che fanno parte della realtà condivisa dall’umanità, sta nel fatto che possono essere utilizzate come metro di giudizio della coscienza, come termine di paragone per tarare la nostra percezione di quello che viviamo quotidianamente.
Sapere che il rosso è un colore e che quel colore corrisponde allo stesso colore per ogni singolo abitante di questa terra, mi è sempre stato tremendamente rassicurante. Mi sono chiesto milioni di volte se il rosso che vedo io, corrisponda effettivamente a quello che vedono tutti gli altri, ma al di là delle singole percezioni soggettive, la comunione di interpretazione della realtà è sempre stata universale.
Il rosso è rosso.
Il cielo è alto.
La terra è rotonda…
No aspetta, questo non è più universalmente riconosciuto.
Ma almeno, parlo per il caso specifico e in questo contesto, mi viene reso marginalmente sopportabile dalla consapevolezza che la maggior parte della popolazione terrestre, vive nell’impossibilità effettiva di verificare con i propri occhi che questa affermazione sia assolutamente vera.
Dopo tutto questa condivisione percettiva è la nostra ancora.
Certo, un tempo non c’era nemmeno bisogno di avere la prova che quello che non si vede fosse vero. Basti pensare alla millenaria propagazione di qualsiasi religione al mondo: la base sta proprio nel fatto che bisogna credere ciò che non si può vedere. La fede una volta era una cosa positiva, un collante sociale. Ora le cose sono cambiate.
C’è chi dice che è colpa dell’intelligenza artificiale, che ha ormai raggiunto livelli di simulazione eccezionali, al punto da non avere quasi più i mezzi per capire se un’immagine o un video siano effettivamente reali.
Ma la cosa che mi ha maggiormente spaventato non è l’evoluzione tecnologica della menzogna.
Quello che mi terrorizza, è che la nostra sincronizzazione percettiva globale, quella che ci ha sempre accomunati, quella che si tarava sulla nostra capacità di vedere e interpretare la realtà condivisa, sia drammaticamente e irrimediabilmente venuta meno.
Ora succede che se vediamo un uomo di potere compiere le più aberranti azioni, cose che farebbero drizzare i capelli ai più sadici criminali della storia umana, non vediamo più tutti la stessa cosa.
O meglio, la vediamo, ma il messaggio che viene rielaborato dal cervello non dà più un output condiviso. Se io di fronte a un’azione di questo tipo vedo orrore, dolore, repressione e vergogna, altri vedono legittimità, mancanza di alternative, addirittura democrazia.
Democrazia: altra parola che non ha più lo stesso significato per tutti.
Alcuni, che nel profondo agognano a una dittatura, la osannano quando viene associata come scusa per legittimare la repressione di minoranze o oppositori in nome del bene di chi la pensa come loro. Altri, che non ne conoscono il vero significato, la ritengono semplicemente un vecchio orpello démodé.
Ora il rosso non è più rosso, nemmeno quando sgorga dalle vene di innocenti. Nemmeno quando si rapprende in grumi mischiati alle macerie di case che non sono più riparo per nessuno. Quello che sapevamo essere orrore, per molti è diventato naturale e spesso giusto.
La nostra umanità si è starata.
Ma non è ancora nemmeno questo che mi fa paura.
Quello che mi terrorizza davvero è che in nome di una libertà che non conosciamo, stiamo costruendo ognuno la prigione dell’altro.
Una prigione fatta con sbarre di ignoranza, muri di indifferenza e catene di diffidenza. Abbiamo imparato a vedere il male in mezzo a chi tenta il bene, e siamo diventati maestri a trovare il bene in mezzo alle azioni più terribili.
La mia paura è che presto ci chiederemo: “Ma che cos’è il rosso?”
sempre un. piacere il tuo ritorno, B
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