Sì o no?

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Siamo tutti brava gente.

In effetti nel nostro piccolo tutti vogliamo la stessa cosa, stare bene. Non è una grossa scoperta né una illuminante verità, ma mi pare evidente che se tutte le persone stessero bene….vorrebbero stare meglio.

Già perché non è la condizione in cui ci si trova a determinare il nostro grado di soddisfazione, ma soprattutto, quella in cui vorremmo essere. Chi sta bene vorrebbe essere ricco, chi è ricco vorrebbe essere più in forma, chi è in forma vorrebbe essere famoso, chi è famoso vorrebbe un po’ di privacy.

Scommetto che anche l’uomo più ricco della terra non è pienamente soddisfatto, magari vorrebbe essere il più potente…

Ma non c’è bisogno di essere esponente di un qualche caso estremo per provare questo desiderio. Anche le persone normali, senza troppe pretese, nel loro profondo desiderano compiere una piccola rivoluzione. Insomma in un modo o nell’altro non siamo mai contenti.

Legittimo, io faccio parte proprio di quest’ultimo gruppo, comprensibile e…umano.

Altrettanto umana è la tendenza a trovare il rovescio della medaglia in qualsiasi questione ci riguardi bene o male da vicino. Quindi chi vede la faccia con la testa, tende a generalizzare la dicotomica presenza della croce sulla faccia opposta. Certe cose non le si approfondisce perché si da per scontato che, logicamente, sia così….e spesso e volentieri è così, ma le numerose sfumature che ne derivano in questo caso non possono essere colte.

La questione delle trivelle è proprio una di queste. Io sono un ambientalista come la stragrande maggioranza delle persone che hanno affrontato questo argomento, quindi appena appresa la notizia del referendum, con il classico giochino del sì per dire no,  ho pensato subito che le trivelle sono una brutta cosa, sono pericolose, inquinano e quindi bisogna fermarle!

Lo penso ancora, ma mi è venuto automatico provare ad analizzare bene la questione. Per prima cosa mi sono accorto che le piattaforme che verrebbero chiuse a fronte di una vittoria del sì sarebbero meno di un quinto rispetto alle esistenti e, soprattutto, niente impedirebbe di trivellare il Mediterraneo fuori dalla zona di rispetto (22km dalla costa, dove sono cioè posizionate l’80% delle trivellatrici esistenti).

Quindi il classico tanto fumo e poco arrosto a cui siamo abituati. Ma ci sono anche altri aspetti che mi hanno dato da pensare, e non parlo dell’ovvia perdita di posti di lavoro.

In Italia teniamo molto al nostro territorio, più che altro ognuno tiene molto al proprio giardino, ma non siamo disposti a investire su soluzioni alternative. Siamo un paese che a livello energetico è completamente dipendente da altre nazioni.

Abbiamo giustamente rinunciato al nucleare, ma non abbiamo smesso di trattare i rifiuti che ne derivano, il fotovoltaico segue gli incentivi economici e non quelli pratici, l’eolico è visto più per deturpare i paesaggi che per produrre energia, e ora sceglieremo probabilmente di rinunciare anche agli idrocarburi.

Rinunciamo a tutto tranne che a consumare energia.

Come vogliamo fare? La scelta ecologia non è rinunciare a produrre energia, ma aumentare la propria consapevolezza. Non sarà spegnendo 20 trivelle a fine concessioni che avremo risolto il problema.

Non sarà spegnendo gli inceneritori che impareremo a fare la raccolta differenziata.

Il cambiamento prima di tutto deve avvenire nel nostro quotidiano, nelle nostre abitudini ed educazione. Nello sviluppo tecnologico consapevole e con investimenti a lungo termine. Non puoi fare un trasloco senza avere ancora nemmeno iniziato a cercare un’altra casa. O peggio, senza nemmeno sapere se puoi permettertela un’altra casa.

Le alternative esistono, sono la speranza per il futuro, ma noi siamo pronti ad accoglierle?

Allo stato attuale direi di no.

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