Una fiaba vera

C’è bisogno di storie, più che di fare la storia.

La realtà mi ha stufato con la sua cruda e scarsa immaginazione, sempre troppo simile a se stessa,  sempre in grado di andare oltre la fantasia solo nel male.

La fantasia è una cosa bella invece, deve rendere migliore il mondo in cui si vive, se no è solo un brutto sogno.

E a chi è che piacciono i brutti sogni? Ai fan dell’horror, ma anche qui si resta nel campo dell’immaginario. Se ad alcune persone, per sentirsi meglio, serve immaginare mostri, orchi o streghe pronti a fare scempio delle proprie carni…beh, buon per loro.

Io invece, sono più per un’immaginazione color pastello. Con il tratto incerto e impreciso di un bambino. Mi piacciono i colori caldi, fuori dai bordi, e le ditate sul muro. Non sono macchie di sporco, ma pezzi di storie che sono nate nella realtà e cresciute nella fantasia.

Come quelle due impronte sulla parete curva dell’ingresso, ad esempio.

Due manine impresse a circa 80 cm da terra. Quasi invisibili, ma se sai che ci sono le puoi vedere…anche se non le vedi davvero.

Due fossili speculari. Una speciale tecnica di pittura rupestre, fiera e antica nella sua primitiva avanguardia artistica.

Reale e immaginario.

La parte reale di questa storia si svolge in un caldo pomeriggio  di un numero imprecisato, che si aggira tra 1 e 2, di estati fa.

È un caldo e sonnolento pomeriggio estivo, probabilmente di domenica. Il fatto che sia domenica enfatizza molto la sensazione di sonnolenza, ma anche quella di noia, di un pomeriggio estivo. In realtà non sono sicuro che se sia davvero domenica. Ma probabilmente lo è. Di sicuro, forse, è caldo.

Se vuoi…

Gioele si sveglia di mal umore, dopo essere riemerso da un incandescente materasso pregno del suo stesso sudore.

Quindi, pomeriggio, caldo, sonno, noia e quella puntina di malumore nostalgico che non guasta mai di domenica. Le idee stanno a zero.

Come arriveremo a sera, solo il signore delle storie inventate lo sa.

E forse nemmeno lui  perché se fa come faccio io, improvvisa, e nemmeno lui sa dove andrà a parare, tante volte. Ma magari questa volta lo sa.

Chi lo sa?

Lui lo sa.

Giusto.

Torniamo  a noi.

Dunque…

Siamo sdraiati sul divano, immersi in quella beata, appagante e nostalgica nullafacenza di cui prima, quando, improvviso ed irrefrenabile, un pianto ingiustificato e codardo ci coglie alla sprovvista. Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di mettere su il caffè.

Impantanati nelle intricate briglie dall’abbiocco post pranzo, la nostra agilità è seconda solo a quella di una blatta cappottata a pancia all’aria. Mi sento un po’ Gregor Samsa al risveglio dalla sua metamorfosi.

Intanto il pianto prosegue, aumentando di intensità.

A fatica raggiungiamo la camera di Gioele (che per inciso è anche la nostra n.d.r.) e lo troviamo in piedi appoggiato alla sponda del lettino, con uno sguardo che si allarga su orizzonti imperscrutabili, e pieghe del cuscino stampate in viso. Le lacrime che si mischiano al sudore e a due cretini che cercano di prenderlo in braccio contemporaneamente. Prendilo tu che lo prendo io, a momenti ci casca a terra.

Il nervosismo è palpabile. La tensione, così tenera che si taglia con un grissino.

“Voglio solo la mamma, te vai via!”

Le gioie di essere padre di un figlio maschio.

Vado a fare il caffè che è meglio.

Le grida cessano in un battibaleno, spodestate da un sommesso parlottio, reso indecifrabile dalla divisione dei muri… e dalla mia dichiarata semi sordità!

Accendo il gas per il caffè e mi guardo intorno. I resti della battaglia avvenuta quella stessa mattina, sono ancora sparsi un po’ in tutto il salotto.

A piedi nudi mi muovo cautamente per raggiungere il telecomando e porre fino al ronzio catodico della signora in giallo. Poi, all’improvviso, una risata fragorosa e cristallina, proveniente dalla stanza accanto, mi fa perdere la concentrazione per un solo, fatale attimo.

Un piccolo mattoncino Lego.

Un inutile, lucido e beffardo tribolo. Come può un oggetto così minuscolo e insignificante generare un dolore così acuto? Cerco di trattenere il grido, ma ormai è troppo tardi, mi tengo il piede ferito fra le mani saltellando sull’unico piede rimasto, col terrore di cascare nella stessa trappola per una seconda volta. Le imprecazioni si tingono di nuove e fantasiose sfumature espressive. Pur nel dolore mi compiaccio di tanta creatività zoo-metaforica.

Ed ecco che comincia la parte immaginaria.

Il rombo di zoccoli di un’armata cavalleresca fa vibrare il pavimento sotto i miei, pardon, il mio piede. Attratto dalle mie grida sofferenti Gioele, trasformatosi per l’occasione in Sir Gioelibus dalla Roccaccia, comandante delle armate ammazza draghi, fa capolino da dietro la porta, spronando il suo nobile destriero mamma, e brandendo la magica spada Bigralace di cartone (ma nella versione katana delle tartarughe ninja per dare un tocco esotico al tutto), in grado di mozzare la testa ad ogni Ciciarampa (o Smaug a seconda delle esigenze) affamato di carne umana.

“Cos’hai fatto babbo? Perché stai su un piede solo?”

“La posizione della gru del maestro Myiagi ti dice nulla?”

Che domande…ovviamente no…per ora…

L’onta e il disonore che mi sarei attirato confessando la verità, mi convinsero a dare la colpa all’unica figura mitologica che, per tradizione letteraria, si può prendere tutte le colpe.

“Un drago Sir Gioelibus. Un lurido drago mangia uomini mi ha attaccato, azzannandomi un piede.”

“Che schifo, ma i piedi puzzano!” Pragmatico come sempre.

“Ma se mi sono fatto la doccia stamattina?!” Permaloso come mai.

Ma non divaghiamo…

Dalle profondità della terra un fragoroso ruggito comincia a risuonare tutto intorno, facendo scattare i sensi di ragno di Sir. Gioelibus. Sì perché i poteri dell’uomo ragno stanno bene un po’ con tutto.

La temperatura comincia ad alzarsi e le piastrelle del pavimento diventano incandescenti.

L’aria si fa irrespirabile e sembra tingersi di un irreale tonalità rossastra.

Rumore di crepe che si formano nel cemento e il pavimento comincia a tremare. Il drago sta tornando!

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Richiamando a sé tutte le energie del cosmo, Gioelibus bagna le mani nella sacra ampolla dell’unguento miracoloso (olio di oliva), così da poter affrontare senza ustionarsi il drago a mani nude.

Spronando il nobile destriero mamma, si lancia al galoppo in direzione della parete curva dell’ingresso…perché prima che il drago ci attaccasse in realtà era dritta.

Le mani protese verso le fauci del mostro che vedendolo arrivare con il suo eroico impeto cavalleresco, si spaventa a morte…morendo appunto di spavento!

Le mani intrise di unguento miracoloso fanno sparire per sempre il drago dal muro dell’ingresso, lasciando a imperitura memoria, il tangibile segno di tanto ardore e coraggio.

Due mani che in un caldo, sonnolento e nostalgico pomeriggio estivo, segnano la fine del regno di terrore della realtà, che nulla ha potuto contro la potenza della fantasia di un bambino di 3 anni.

E tutti vissero felici e contenti.

Fine.

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6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Un evviva per la fantasia dei bambini (compresi quelli esteriormente considerati grandi) e per le tracce che lascia, sui muri e nella nostra realtà quotidiana 🙂

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    1. B ha detto:

      Evviva! 🙂

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  2. le hérisson ha detto:

    La fantasia dei bambini, sarebbe orfana senza quella dei grandi che li accompagnano.
    ^_^ mi è piaciuta questa favola vera, mi ha fatto un po’ sognare.

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  3. B ha detto:

    Ma grazie!!! 🙂

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